Intervista a Renata Bonfanti
di Alberto Collet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A.C.: Importante per la sua formazione è stata Anna Balsamo Stella, mi potrebbe parlare di lei?

R.B.: Anna Balsamo Stella aveva insegnato prima a Monza e dopo a Venezia. Era Svedese, lei era una donna molto colta ... ho un libro con delle note su questa esperienza. Era pittrice e designer a Venezia, lei ha cercato per le sue allieve uno scambio, avrebbe voluto che andassimo in Svezia ma non è stato possibile. Eravamo in tre allieve e tre norvegesi sono venute a Venezia. In quel periodo, si parla degli anni 50, era molto importante il design scandinavo, era all’apice. In Italia c’erano soltanto dei grossi studi di design e di lì a poco si andava formando quello che oggi è il design più importante al mondo. Il pensiero di questa donna era molto razionalista, la portava a mettere sullo stesso piano la pittura e la tessitura e nello stesso tempo a sottolinearne la diversità. Mi insegnò con molta cura l’uso del telaio e devo molto a lei.

A.C.: Dopo gli studi collabora con il padre architetto, come è stato il rapporto?

R.B.: Era un rapporto da committente, mio padre chiedeva dei disegni di tappeti, e io li eseguivo. Con mio padre ho imparato sempre a rapportare la tessitura all’architettura, una tela doveva essere considerata un elemento architettonico non solo un bel tessuto. Fu un periodo molto breve ma molto determinante, in seguito mi avvicinai al design.

A.C.:Tra la fine degli anni 50 e per tutti gli anni 60 si interessò all’industrial design, sono anni di trasformazione e proprio in questo periodo riceve il compasso d’oro nel 1962. Si può definire il periodo più felice della sua carriera?

R.B.: Forse è stato il periodo più importante tante cose sono nate in quel momento…quella tecnica in cui si recuperava  il contenuto culturale della manualità, l’operaio che tesseva conduceva la sua capacità creativa dentro alla professione…In questo periodo c’era la corsa alla produzione di serie perché mancava tutto dopo la guerra non c’erano le case, le automobili non c’era niente e quindi si pensava prima di tutto alla grande produzione in serie che del resto non esisteva e andava rapidamente nascendo…la piccola produzione sarebbe scomparsa rapidamente.

A.C.: Dalle sue parole lei dice: ”Ho sempre pensato alla tessitura come elemento architettonico e non riesco a disegnare un tappeto, un arazzo un tessuto senza prefigurarmi la loro collocazione. Intervenire in uno spazio interno con una sequenza cromatica o figurativa che lo modifichi o lo completi è sempre stato per me un argomento di massimo interesse”.

Mi può spiegare questo suo pensiero?

R.B.: Questo mio pensiero quando ho cominciato a lavorare a quell’epoca era questo…adesso invece ci si domanda…invece? Credo che il mio segreto sta nella mediazione…Capire cosa serve altrimenti rischierei di chiudermi nel mio mondo e potrei poi scoprire l’ombrello. Il mondo cambia e noi dobbiamo cambiare, naturalmente si rispettano certe regole, ad esempio i tappeti fatti meccanicamente costano molto meno dei miei però hanno un’altro valore estetico diverso.

A.C.: Oggi sono cambiate molte cose, la società ha subito forti cambiamenti. Nel suo ambito cosa ne pensa e com’è il suo sguardo verso il futuro?

R.B.: Secondo me vivere è senza dubbio più difficile, negli anni 50 e 60 bastava che ci fossero delle idee e si realizzavano e non era una cosa difficile entrare in contatto con personalità importanti…

A.C.: quindi cosa veniva detto a voi quando eravate giovani?

R.B.: Mi veniva detto inanzitutto: ”ma cosa fai dei tappeti che sembrano delle stoffe?” Eh eh! Non era comunque tutto semplice, ...trovare un committente era un impresa ardua, ma c’erano persone sempre pronte ad aiutarti, mi ricordo dei momenti molto difficili dove pensavo di aver scelto una strada sbagliata, l’importante è stato però crederci e conoscere grosse personalità come Bruno Munari, egli mi ha aiutato molto. Se dovessi dare un consiglio oggi credo che l’importante non sia scavalcare gli altri ma fare gruppo, scrivere, comunicare... in questo modo ci si rafforza e ci si aiuta nella difficoltà riusciendo ad esprimersi

INTERVISTA AD ALESSANDRO BONFANTI

A.C.: Mi può parlare dell’attività all’interno dell’azienda?

A.B.: Mi sono occupato dell’aspetto commerciale dell’azienda e nel corso degli anni ho riscontrato dei problemi dovuti al fatto che produciamo un prodotto di nicchia nel mercato. Crediamo fortemente nel prodotto fatto a mano, è e rimane la bandiera di questa azienda. Il  problema è affiancare lo sviluppo di un prodotto leggermente diverso, che costi meno pur mantenendo i rapporti con rivenditori e  negozi  consolidati nel tempo. Essi si lamentavano dei prezzi alti asserendo che non sempre si trova un cliente che apprezzi il prodotto. L’idea di affiancare un prodotto che costi meno, e produrre le cose più semplici non è soltanto una scelta economica. La lavorazione meccanica ha aiutato a tirar fuori una fetta di  mercato che era molto interessante. In questo lavoro ho sempre cercato di mantenere un piede nel mercato e l’altro nell’arte. Anche con il tipo di lavorazione meccanizzato mi piace che si dica che sia un prodotto di “ Renata Bonfanti” ma poi lei si arrabbia dicendo: “è no te ghe disegnaii ti” (li hai disegnati tu, riferendosi ai tessuti) e questo mi fa sorridere e pensare che forse quello di mia zia è un altro prodotto. Ad ogni modo il nome di “ Renata Bonfanti” è un marchio che si è affermato negli anni ed è bene che sia riconosciuto. Se noi parliamo della meccanizzazione e diciamo che il telaio a mano è arte ed il telaio meccanico è meno legato ad un prodotto artistico forse sbagliamo perché anch’esso è artigianale. Dobbiamo ricordarci soprattutto nella cultura veneta non sempre l’artigiano è legato alla manualità perché adotta qualsiasi strumento per arrivare al prodotto finale. Ci sono certe cose che non possono essere tradotte su telaio meccanico perché sono legate a un tipo di lavorazione completamente diversa, in questo caso la manualità può arrivare dove il telaio meccanico non arriva. All’inizio si pensava fosse un rischio introdurre i telai meccanici nella nostra azienda ma poi ci siamo subito accorti che fu una paura infondata. Le persone hanno imparato a sciegliere e avere l’alternativa, l’importante è che il prodotto piaccia. Questa attività è legata ad una grande tradizione familiare, oltre alle zie ci siamo anche noi nipoti. Noi tutti abitiamo nella stessa casa e questo ha permesso di accrescere un profondo legame che trasmettiamo con dedizione e passione ad un lavoro importante ed affascinante.