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Breve storia delle
radici culturali e delle vicende del design toscano dallo scorso secolo ad
oggi
Si
parla tanto di globalizzazione e d’identità, io ho voluto indagare
questa dicotomia, in particolare per quanto riguarda il mio territorio,
cioè la Toscana e di come l’ambiente possa influire sullo sviluppo
della creatività, e in particolare, del design. Per giungere a vedere la
Toscana, dovremmo toglierle il “soverchio” (come diceva Michelangelo),
perchè negli ultimi anni, è stata ampiamente “oleografata” dai
registri cinematografici e pubblicitari che l’hanno scelta come set
ideale per le loro campagne pubblicitarie. Veniamo al toscano: è una
persona arguta, riesce, con una battuta a definirti una situazione.
Citiamo tra tutti Benigni.Probabilmente, anche nell’epoca della
globalizzazione, da questa terra può nascere una scelta che tenga conto
non solo degli interessi dei grandi circuiti economici, ma che partendo
dal locale può giungere a definire delle strategie culturali.
Se
la globalizzazione porterà ad una progressiva autonomia delle istituzioni
locali, sarà perché lo stato non riuscirà più a gestire, nella
complessità dei rapporti internazionali, gli interessi particolari. Le
comunità locali saranno sempre più staccate dallo Stato e per questo, più
abbandonate al loro “destino”. La Toscana, come abbiamo detto, ha un
buon biglietto da visita internazionale ed è conosciuta all’estero per
la sua accoglienza, per la sua cultura, per la qualità delle
realizzazioni artistiche e le capacità dei suoi artigiani. Accogliere la
sfida della globalizzazione significa accogliere il “vantaggio”
culturale della Toscana. Qual è la “marcia in più” dei toscani?
E’ l’arguzia,
l’inventiva, i rapporti esclusivi con i mercati esteri il profondo senso
artistico, radicato nei cittadini più semplici, lo stesso paesaggio,
fatto di niente, ma completo nella sua bellezza. Che sia il fatto che due
città come Firenze e Siena si sono combattute aspramente per secoli ad
aver spostato la “sfida” su altri settori, dalla coltura della vite e
dell’ulivo all’artigianato. L’esperienza storica del Chianti, è
rintracciabile nei vecchi manieri trasformati in celebri fattorie
produttrici del famoso vino.
“Il
mondo è di chi lo sa canzonare” dice un vecchio proverbio toscano, e
c’è da aspettarsi che questa regione offra interessanti modelli di
comportamento anche alle altre regioni che prima o poi dovranno cimentarsi
sempre di più con i fenomeni della globalizzazione.Ma il fascino è
misterioso fin dalle origini: il popolo degli etruschi. Nelle necropoli
gli affreschi narrano una decisa gioia di vivere, e gli etruschi
concedevano alla donna un grado di emancipazione sconosciuto a tutti gli
altri popoli: le donne etrusche potevano partecipare da protagoniste alla
vita sociale, quindi pur avendo molto in comune con i greci seppero
esprimere una personale visione della vita. Un popolo che eccedeva
nell’industria (le estrazioni metallifere inizarono con loro) come
nell’artigianato (pregevolissimi sono i gioielli etruschi), che
rifacevano i vasi, il famoso bucchero guardando ai greci ma con un gusto
più sobrio e più sereno. Ancora oggi, molte città toscane, sembra che
portino con se la spinta civilizzatrice di questo antichissimo popolo.
Un
altro aspetto della Toscana è l’antagonismo: famoso è quello delle
contrade di Siena, ma non bisogna fare l’errore che questo sia un caso
isolato anzi, il campanilismo fa parte del DNA dei toscani. Penso a quante
feste vi siano nei nostri paesi, voglio citare la festa dell’uva dell’Impruneta,
nata circa settanta anni fa (1926) è un vero evento che richiama
l’attenzione dei paesi vicini, dei fiorentini e dei turisti. La fortuna
di queste tradizioni sta forse nel fatto che gli imprunetini condividono
la festa con tutti coloro che vogliono partecipare, sia nel ruolo di
spettatori che in quello di protagonisti come attori o ballerini sui carri
o artigiani prestandosi alla costruzione dei carri. Tutti partecipano alla
preparazione da metà agosto in avanti, alla sera, ogni contradaiolo si
trova nel cantiere, tutti sono uguali operaio o imprenditore, giovani o
anziani. Queste manifestazioni stanno a significare che, nella comunità
c’è un bisogno di riconoscimento. C’è la necessità di far parte di
qualcosa, e di sentirsi co-creatori della propria identità. Quindi,
questa giocosità popolare permette di condividere un sogno comune, nel
quale si ritrovano valori antichi e moderni.
I
piatti toscani, rispecchiano la tradizione monastica. Le antiche donne
toscane riuscivano a creare delle pietanze che stanno a dimostrare
l’intelligenza ed il saper fare. Esse preparavano piatti frutto di
esperienze “sofferte” che, come tali sono passati avanti anche a tutte
le “ricche ricette” del rinascimento e si ripropongono ora come
patrimonio di civiltà. Alcune di queste sono: il peposo. Anche
Brunelleschi la ricorda egli infatti si recò a Impruneta per
sovrintendere alla creazione di cocci dalla forma particolare per il
rivestimento della cupola del Duomo di Firenze. La terra di queste parti
è ricca di ferro, questo conferisce quella particolare resistenza
all’acqua e quindi al ghiaccio invernale. Il peposo veniva preparato
dalle donne con il muscolo e il pepe (tanto pepe che gli conferiva il
tipico colore rosso, perché ancora il pomodoro non era arrivato dalle
americhe aggiunto poi in seguito) per il marito fornacino che riponeva
accanto alla bocca del forno al quale vegliava tutta la notte perché la
temperatura doveva alzarsi e abbassarsi dolcemente pena la spaccatura
della’argilla.
Ma
la toscana è anche architettura, qualche tempo fa ho parlato con una
signora che abitava a Sesto Fiorentino nella quale città si tramanda la
storia che Collodi abbia pensato la storia di Pinocchio, riferendosi a
personaggi realmente vissuti e situati su spazi ben definiti: la locanda,
il castello della Fata turchina come spazi fantastici ma ispirati da
luoghi e persone vere. Questo aggiustamento della realtà in base agli
ideali, mi sembra una operazione molto vicina a quello che fa il design
con la realtà quotidiana. Anche Maria Montessori a proposito degli arredi
per i bambini già nei primi decenni del secolo affermava che l’arte
rustica e il sentimento d’arte di un popolo antichissimo potrebbero
ispirare i moderni, ossessionati dall’igene del corpo e dalla disperata
lotta contro le malattie. Infatti, negli arredi scolastici la pedagoga,
ribadisce come essi debbano essere costruiti con lo stile locale e
seguendo l’istinto della praticità. Se una nazione, un popolo diventa
veramente autonomo, quando è capace di produrre propri modelli culturali,
il compito del designer sarà quello di indagare i modelli culturali
esistenti e re-inventarli. Un design dell’identità non può
dimenticarsi del proprio passato. Anche il padre di Sottsass dobbiamo
ricordarlo, fa il disegnatore di mobili tirolesi, negli anni 60, suo
figlio è art director della Poltronova e chiama Gae Aulenti, Paolo
Portoghesi, Giovanni Michelucci, Angelo Mangiarotti, gli Archizoom, il
Superstudio, De Pas-D’Urbino-Lomazzi; quindi non solo i maestri, ma
anche i protagonisti del Nuovo Design che allora si chiamavano
radicali…..Rispetto a Dino Gavina o alla aristocrazia Danese, che
all’inizio degli anni 60 crearono la prima nicchia di marchi ad
altissima qualità, il direttore Sergio Cammilli adottò subito un metodo
diverso, sperimentale, mettendo insieme l’anima policentrica del design
italiano, le sue contraddizioni, le sue tendenze opposte; nella certezza,
che oggi si rivela esatta, che proprio in questa complessità si trovava
il motivo dell’unità e della vitalità di questo straordinario
fenomeno. Il Cammilli mise subito insieme, nello stesso catalogo, gli
oggetti anarchici degli Archizoom e la prima parete attrezzata italiana (
il Cub8 ) di Angelo Mangiarotti, le prove Post- Modern di Paolo Portoghesi
con gli archetipi irridenti di Ettore Sottsass. Come dire: tutto e il
contrario di tutto, prevedendo quel frazionamento dei mercati e del gusto,
che dieci anni dopo verrà chiamato post- industriale.Negli anni ’60
Giovanni Klaus Koening (1924-1989) insegna storia dell’architettura alla
facoltà di Firenze. E’ un esperto di design dei mezzi di trasporto
pubblico tra cui ricordiamo il jumbo bus di Milano e la metropolitana di
Roma, ed è assieme a Omar Calabrese uno dei primi semiotici italiani.
Anche Umberto Eco partecipa al gruppo fiorentino). Il successo c’è
perché UFO SUPERSTUDIO e ARCHIZOOM riescono, con le loro utopie
visionarie, ad attirare l’attenzione di mezzo mondo e nel 1972 saranno
protagonisti alla mostra del Moma sul design italiano “The New Domestic
Landscape”.
La
Toscana quindi come regione industriosa. Dal punto di vista socio-politico
si tratta o si è trattato di una regione “rossa”. Quello che mi è
balzato di più agli occhi è stato il fatto che alcuni luoghi comuni (ad
esempio “regione rossa” = “città industriose”) hanno come
fondamento alcune verità. Conosciamo bene gli aspetti più negativi del
carattere toscano: la superbia, la stizza, l’acredine generalizzata, un
cinico sarcasmo e un aggressivo e un po’ patetico isolazionismo dove
l’orgoglio culturale degenera nell’intolleranza, la sobrietà
nell’avarizia e l’appello al passato in una meschina ipoteca sul
futuro. A me, sembra importante non ignorare quanto è stato fatto fino ad
ora. La Toscana, è stata il palcoscenico privilegiato dell’arte e della
cultura lungo tutta la sua storia, per esempio, non importa andare
lontano, basti pensare ad alcuni movimenti artistici del secolo appena
concluso:
-
negli anni del dibattito delle riviste, il teatro Verdi era il
luogo deputato allo scontro tra passatisti e futuristi;
-
negli anni trenta, mentre Hitler e Mussolini furono accolti a
Empoli con le ciminiere imbandierate di falce e martello, all’Antico
Fattore, in via Lambertesca, trovavano posto Montale, Gadda e tanti
altri… Firenze allevava la vera cultura;
-
gli anni del design radicale;
-
sempre a Firenze per tutti gli anni ottanta e novanta operano i GMM,
Binazzi, Nardi, e alcuni designer, come Giovannoni e Venturini, fra gli
ultimi collaboratori di Alessi.
E’ capitato visitando delle aziende,
di trovarsi a disagio a colloquiare con gli imprenditori che si sentono
“depositari” del sapere.
Io penso che tutto ciò faccia sempre
parte del “carattere toscano” se noi sapremo sfruttare questa carica
ideale, potremmo conferire ai prodotti di queste aziende una figuratività
originale. Forse anziché copiare si dovrebbe valorizzare l’artigianato
e non demandare la produzione nei paesi in via di sviluppo. Il fenomeno
della delocalizzazione della produzione non è un’operazione
promozionale ne del prodotto ne dell’azienda e non fa onore alla
tradizione umanistica della nostra regione. Ben venga quindi, la
possibilità a tutti i giovani designer di “svecchiare” la produzione
toscana consentendo loro di inserirsi nell’aziende. Oggi, le aziende
attive nel design sono molte, dal settore del complemento d’arredo
passando per l’industria delle cucine e del caravan. Oltre alla storica
Poltronova negli ultimi anni si è fatta avanti Segis che ha al suo attivo
un catalogo di sedie di tutto rispetto, Edra che produce tutto il nuovo
design (compreso quello dei fratelli Campana), Casprini, Brf, mentre per
il settore del tempo libero si concentra al confine delle province di
Firenze e Siena con Trigano, Mobilvetta, Rimor, Laika ed altri.
E’
importante ricercare le proprie radici negli oggetti che appartenevano
alla cultura contadina, operaia o borghese e ha senso interessarsi delle
tecniche di produzione attuali confrontandole con quelle antiche, studiare
la possibilità di intervenire anche su di esse e proporre nuovi segni e
decori contemporanei che possano sostituire quelli impiegati fino ad
adesso, portando però con sé quell’aura di toscanità che dimostra di
funzionare così bene. Forse visitando anche i musei dell’artigianato si
possono rintracciare gli ingredienti di questa identità. Oppure basta
farci un viaggio in questa Toscana, una terra che con l'alternarsi delle
stagioni, è l'opera dell'uomo è capace di generare il vino, la materia
in qualcosa di nobile. E’ il valore aggiunto di ogni regione a rendere i
prodotti così speciali, anche Magistretti, il più razionalista dei
prodotti, chissà come sarebbe stato senza la sua “milanesità”!? Di
sicuro quello che rende memorabile l’opera dell’uomo è la sua
universalità: come dire l’identità è la condizione prima; essere ciò
che si è e fare ciò che si deve fare, con rigore e rendendo conto a noi
stessi. La produzione può accettare o meno i nostri prodotti, spacciati
magari per design di nicchia o new country ma sicuramente portatori di un
messaggio letto da utenti lontani da condizione, ambiente e status.
Spero
che tutte le imprese medio piccole toscane e italiane, che tanto hanno
creato di bello nel panorama del design mondiale continuino a cogliere
l’innovazione e la qualità anche nei progetti dei giovani designer.
Damiano
Gonnelli
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