Design e Identità
di Damiano Gonnelli

 

 

 

 

Breve storia delle radici culturali e delle vicende del design toscano dallo scorso secolo ad oggi

 

Si parla tanto di globalizzazione e d’identità, io ho voluto indagare questa dicotomia, in particolare per quanto riguarda il mio territorio, cioè la Toscana e di come l’ambiente possa influire sullo sviluppo della creatività, e in particolare, del design. Per giungere a vedere la Toscana, dovremmo toglierle il “soverchio” (come diceva Michelangelo), perchè negli ultimi anni, è stata ampiamente “oleografata” dai registri cinematografici e pubblicitari che l’hanno scelta come set ideale per le loro campagne pubblicitarie. Veniamo al toscano: è una persona arguta, riesce, con una battuta a definirti una situazione. Citiamo tra tutti Benigni.Probabilmente, anche nell’epoca della globalizzazione, da questa terra può nascere una scelta che tenga conto non solo degli interessi dei grandi circuiti economici, ma che partendo dal locale può giungere a definire delle strategie culturali.

Se la globalizzazione porterà ad una progressiva autonomia delle istituzioni locali, sarà perché lo stato non riuscirà più a gestire, nella complessità dei rapporti internazionali, gli interessi particolari. Le comunità locali saranno sempre più staccate dallo Stato e per questo, più abbandonate al loro “destino”. La Toscana, come abbiamo detto, ha un buon biglietto da visita internazionale ed è conosciuta all’estero per la sua accoglienza, per la sua cultura, per la qualità delle realizzazioni artistiche e le capacità dei suoi artigiani. Accogliere la sfida della globalizzazione significa accogliere il “vantaggio” culturale della Toscana. Qual è la “marcia in più” dei toscani?

E’ l’arguzia, l’inventiva, i rapporti esclusivi con i mercati esteri il profondo senso artistico, radicato nei cittadini più semplici, lo stesso paesaggio, fatto di niente, ma completo nella sua bellezza. Che sia il fatto che due città come Firenze e Siena si sono combattute aspramente per secoli ad aver spostato la “sfida” su altri settori, dalla coltura della vite e dell’ulivo all’artigianato. L’esperienza storica del Chianti, è rintracciabile nei vecchi manieri trasformati in celebri fattorie produttrici del famoso vino.

“Il mondo è di chi lo sa canzonare” dice un vecchio proverbio toscano, e c’è da aspettarsi che questa regione offra interessanti modelli di comportamento anche alle altre regioni che prima o poi dovranno cimentarsi sempre di più con i fenomeni della globalizzazione.Ma il fascino è misterioso fin dalle origini: il popolo degli etruschi. Nelle necropoli gli affreschi narrano una decisa gioia di vivere, e gli etruschi concedevano alla donna un grado di emancipazione sconosciuto a tutti gli altri popoli: le donne etrusche potevano partecipare da protagoniste alla vita sociale, quindi pur avendo molto in comune con i greci seppero esprimere una personale visione della vita. Un popolo che eccedeva nell’industria (le estrazioni metallifere inizarono con loro) come nell’artigianato (pregevolissimi sono i gioielli etruschi), che rifacevano i vasi, il famoso bucchero guardando ai greci ma con un gusto più sobrio e più sereno. Ancora oggi, molte città toscane, sembra che portino con se la spinta civilizzatrice di questo antichissimo popolo.

Un altro aspetto della Toscana è l’antagonismo: famoso è quello delle contrade di Siena, ma non bisogna fare l’errore che questo sia un caso isolato anzi, il campanilismo fa parte del DNA dei toscani. Penso a quante feste vi siano nei nostri paesi, voglio citare la festa dell’uva dell’Impruneta, nata circa settanta anni fa (1926) è un vero evento che richiama l’attenzione dei paesi vicini, dei fiorentini e dei turisti. La fortuna di queste tradizioni sta forse nel fatto che gli imprunetini condividono la festa con tutti coloro che vogliono partecipare, sia nel ruolo di spettatori che in quello di protagonisti come attori o ballerini sui carri o artigiani prestandosi alla costruzione dei carri. Tutti partecipano alla preparazione da metà agosto in avanti, alla sera, ogni contradaiolo si trova nel cantiere, tutti sono uguali operaio o imprenditore, giovani o anziani. Queste manifestazioni stanno a significare che, nella comunità c’è un bisogno di riconoscimento. C’è la necessità di far parte di qualcosa, e di sentirsi co-creatori della propria identità. Quindi, questa giocosità popolare permette di condividere un sogno comune, nel quale si ritrovano valori antichi e moderni.

I piatti toscani, rispecchiano la tradizione monastica. Le antiche donne toscane riuscivano a creare delle pietanze che stanno a dimostrare l’intelligenza ed il saper fare. Esse preparavano piatti frutto di esperienze “sofferte” che, come tali sono passati avanti anche a tutte le “ricche ricette” del rinascimento e si ripropongono ora come patrimonio di civiltà. Alcune di queste sono: il peposo. Anche Brunelleschi la ricorda egli infatti si recò a Impruneta per sovrintendere alla creazione di cocci dalla forma particolare per il rivestimento della cupola del Duomo di Firenze. La terra di queste parti è ricca di ferro, questo conferisce quella particolare resistenza all’acqua e quindi al ghiaccio invernale. Il peposo veniva preparato dalle donne con il muscolo e il pepe (tanto pepe che gli conferiva il tipico colore rosso, perché ancora il pomodoro non era arrivato dalle americhe aggiunto poi in seguito) per il marito fornacino che riponeva accanto alla bocca del forno al quale vegliava tutta la notte perché la temperatura doveva alzarsi e abbassarsi dolcemente pena la spaccatura della’argilla.

Ma la toscana è anche architettura, qualche tempo fa ho parlato con una signora che abitava a Sesto Fiorentino nella quale città si tramanda la storia che Collodi abbia pensato la storia di Pinocchio, riferendosi a personaggi realmente vissuti e situati su spazi ben definiti: la locanda, il castello della Fata turchina come spazi fantastici ma ispirati da luoghi e persone vere. Questo aggiustamento della realtà in base agli ideali, mi sembra una operazione molto vicina a quello che fa il design con la realtà quotidiana. Anche Maria Montessori a proposito degli arredi per i bambini già nei primi decenni del secolo affermava che l’arte rustica e il sentimento d’arte di un popolo antichissimo potrebbero ispirare i moderni, ossessionati dall’igene del corpo e dalla disperata lotta contro le malattie. Infatti, negli arredi scolastici la pedagoga, ribadisce come essi debbano essere costruiti con lo stile locale e seguendo l’istinto della praticità. Se una nazione, un popolo diventa veramente autonomo, quando è capace di produrre propri modelli culturali, il compito del designer sarà quello di indagare i modelli culturali esistenti e re-inventarli. Un design dell’identità non può dimenticarsi del proprio passato. Anche il padre di Sottsass dobbiamo ricordarlo, fa il disegnatore di mobili tirolesi, negli anni 60, suo figlio è art director della Poltronova e chiama Gae Aulenti, Paolo Portoghesi, Giovanni Michelucci, Angelo Mangiarotti, gli Archizoom, il Superstudio, De Pas-D’Urbino-Lomazzi; quindi non solo i maestri, ma anche i protagonisti del Nuovo Design che allora si chiamavano radicali…..Rispetto a Dino Gavina o alla aristocrazia Danese, che all’inizio degli anni 60 crearono la prima nicchia di marchi ad altissima qualità, il direttore Sergio Cammilli adottò subito un metodo diverso, sperimentale, mettendo insieme l’anima policentrica del design italiano, le sue contraddizioni, le sue tendenze opposte; nella certezza, che oggi si rivela esatta, che proprio in questa complessità si trovava il motivo dell’unità e della vitalità di questo straordinario fenomeno. Il Cammilli mise subito insieme, nello stesso catalogo, gli oggetti anarchici degli Archizoom e la prima parete attrezzata italiana ( il Cub8 ) di Angelo Mangiarotti, le prove Post- Modern di Paolo Portoghesi con gli archetipi irridenti di Ettore Sottsass. Come dire: tutto e il contrario di tutto, prevedendo quel frazionamento dei mercati e del gusto, che dieci anni dopo verrà chiamato post- industriale.Negli anni ’60 Giovanni Klaus Koening (1924-1989) insegna storia dell’architettura alla facoltà di Firenze. E’ un esperto di design dei mezzi di trasporto pubblico tra cui ricordiamo il jumbo bus di Milano e la metropolitana di Roma, ed è assieme a Omar Calabrese uno dei primi semiotici italiani. Anche Umberto Eco partecipa al gruppo fiorentino). Il successo c’è perché UFO SUPERSTUDIO e ARCHIZOOM riescono, con le loro utopie visionarie, ad attirare l’attenzione di mezzo mondo e nel 1972 saranno protagonisti alla mostra del Moma sul design italiano “The New Domestic Landscape”.

La Toscana quindi come regione industriosa. Dal punto di vista socio-politico si tratta o si è trattato di una regione “rossa”. Quello che mi è balzato di più agli occhi è stato il fatto che alcuni luoghi comuni (ad esempio “regione rossa” = “città industriose”) hanno come fondamento alcune verità. Conosciamo bene gli aspetti più negativi del carattere toscano: la superbia, la stizza, l’acredine generalizzata, un cinico sarcasmo e un aggressivo e un po’ patetico isolazionismo dove l’orgoglio culturale degenera nell’intolleranza, la sobrietà nell’avarizia e l’appello al passato in una meschina ipoteca sul futuro. A me, sembra importante non ignorare quanto è stato fatto fino ad ora. La Toscana, è stata il palcoscenico privilegiato dell’arte e della cultura lungo tutta la sua storia, per esempio, non importa andare lontano, basti pensare ad alcuni movimenti artistici del secolo appena concluso:

-         negli anni del dibattito delle riviste, il teatro Verdi era il luogo deputato allo scontro tra passatisti e futuristi;

-         negli anni trenta, mentre Hitler e Mussolini furono accolti a Empoli con le ciminiere imbandierate di falce e martello, all’Antico Fattore, in via Lambertesca, trovavano posto Montale, Gadda e tanti altri… Firenze allevava la vera cultura;

-         gli anni del design radicale;

-         sempre a Firenze per tutti gli anni ottanta e novanta operano i GMM, Binazzi, Nardi, e alcuni designer, come Giovannoni e Venturini, fra gli ultimi collaboratori di Alessi.

E’ capitato visitando delle aziende, di trovarsi a disagio a colloquiare con gli imprenditori che si sentono “depositari” del sapere.

Io penso che tutto ciò faccia sempre parte del “carattere toscano” se noi sapremo sfruttare questa carica ideale, potremmo conferire ai prodotti di queste aziende una figuratività originale. Forse anziché copiare si dovrebbe valorizzare l’artigianato e non demandare la produzione nei paesi in via di sviluppo. Il fenomeno della delocalizzazione della produzione non è un’operazione promozionale ne del prodotto ne dell’azienda e non fa onore alla tradizione umanistica della nostra regione. Ben venga quindi, la possibilità a tutti i giovani designer di “svecchiare” la produzione toscana consentendo loro di inserirsi nell’aziende. Oggi, le aziende attive nel design sono molte, dal settore del complemento d’arredo passando per l’industria delle cucine e del caravan. Oltre alla storica Poltronova negli ultimi anni si è fatta avanti Segis che ha al suo attivo un catalogo di sedie di tutto rispetto, Edra che produce tutto il nuovo design (compreso quello dei fratelli Campana), Casprini, Brf, mentre per il settore del tempo libero si concentra al confine delle province di Firenze e Siena con Trigano, Mobilvetta, Rimor, Laika ed altri.

E’ importante ricercare le proprie radici negli oggetti che appartenevano alla cultura contadina, operaia o borghese e ha senso interessarsi delle tecniche di produzione attuali confrontandole con quelle antiche, studiare la possibilità di intervenire anche su di esse e proporre nuovi segni e decori contemporanei che possano sostituire quelli impiegati fino ad adesso, portando però con sé quell’aura di toscanità che dimostra di funzionare così bene. Forse visitando anche i musei dell’artigianato si possono rintracciare gli ingredienti di questa identità. Oppure basta farci un viaggio in questa Toscana, una terra che con l'alternarsi delle stagioni, è l'opera dell'uomo è capace di generare il vino, la materia in qualcosa di nobile. E’ il valore aggiunto di ogni regione a rendere i prodotti così speciali, anche Magistretti, il più razionalista dei prodotti, chissà come sarebbe stato senza la sua “milanesità”!? Di sicuro quello che rende memorabile l’opera dell’uomo è la sua universalità: come dire l’identità è la condizione prima; essere ciò che si è e fare ciò che si deve fare, con rigore e rendendo conto a noi stessi. La produzione può accettare o meno i nostri prodotti, spacciati magari per design di nicchia o new country ma sicuramente portatori di un messaggio letto da utenti lontani da condizione, ambiente e status.

Spero che tutte le imprese medio piccole toscane e italiane, che tanto hanno creato di bello nel panorama del design mondiale continuino a cogliere l’innovazione e la qualità anche nei progetti dei giovani designer.

 

Damiano Gonnelli